Alla Tavola della Principessa Costanza

Teggiano torna al Medioevo in un'atmosfera magica

Mirko Cantarella 28/07/2022 0

I prossimi 11, 12 e 13 agosto ritornano a Teggiano le magiche atmosfere de “Alla Tavola della Principessa Costanza”, l’amatissima kermesse regina dell’estate salernitana organizzata dalla Pro Loco Teggiano. A dare la notizia, attesissima dai tantissimi fans della manifestazione, è il presidente Biagio Matera.

Sono lieto di poter ufficializzare -conferma Matera- il ritorno de «Alla Tavola della Principessa Costanza». Negli ultimi due anni la nostra manifestazione è rimasta nei cuori di tutti, nonostante la sua sospensione causata dalla pandemia. Il via libera alla27^ edizione è stato deciso dalCDA dellaPro Loco Teggiano, rinnovato attraverso le elezioni svoltesi nel mese di maggio”.

Nel 1480 Antonello Sanseverino, Principe di Salerno e Signore di Diano sposa Costanza, figlia di Federico da Montefeltro, il grande Duca di Urbino. In ricordo di questo avvenimento, per riviverne i fasti e la magnificenza, la Pro Loco di Teggiano, ogni anno, organizza questa festa medioevale di metà agosto. È una occasione unica per poter godere di tutto il patrimonio artistico e culturale di Teggiano visto che in tutti i monumenti, contemporaneamente aperti per l'occasione, sono possibili visite guidate. Accompagnati da sbandieratori e tamburini, allietati dal suono melodioso e accattivante dei musici, distratti dai vari spettacoli allestiti da numerosi giocolieri, menestrelli, mangiafuoco si possono godere, lungo il percorso appositamente prestabilito, le delizie di pietanze sapientemente imbandite nelle Taverne. Si comincia con la Taverna della Congiura dove si assaporano salsiccia, salame et cacio fresco, prelibati prodotti del luogo. Così succulenti sono senz'altro i parmatieddi da gustare presso la Taverna dei Mori o i cavatieddi et fasuli co la porva piatto della Taverna Antica. In un continuo via vai di gente intenta a leccarsi i baffi si arriva poi alla Taverna dell'Assedio dove si viene letteralmente aggrediti dalla fragranza della salsiccia de porco in su la brace et provola rostita, per passare poi alla Taverna della Vecchia Porta con i succulenti civiere de cinghiale o de agnello. L'itinerario ha il suo dolce epilogo presso la Taverna de lo Falco dove si trovano bicchinotto, tunnuliddo et coronetta et pizzichino a volontà. Una tre giorni artistico-gastronomica nella Diano medioevale dei Principi Sanseverino, indomabili Signori del sito, fervidi e arditi sostenitori degli Angioini, nonché fieri avversari degli odiati Aragonesi di Napoli. La manifestazione di agosto '98 ha avuto una vasta eco sia di stampa che di pubblico. È stato calcolato che nei tre giorni sono circolate per il Centro Storico di Teggiano non meno di 50.000/60.000 persone provenienti la maggior parte dal napoletano e soprattutto dalla zona costiera.  La qualità e la valenza turistica della manifestazione è stata sottolineata anche da un servizio filmato che la RAI ha trasmesso nel TG3 e con un servizio su RAI INTERNATIONAL. Il risultato più significativo è l'essere riusciti a ricreare l'atmosfera ed il clima di un tempo. Passeggiando per il centro storico si ha l'impressione di tornare indietro nel tempo e di vivere come in un film. Questa sensazione è ulteriormente accresciuta dalla introduzione dell'uso della moneta del XV secolo. Passando per la Banca di Cambio, posta all'inizio del percorso, si potranno usare per ogni tipo di acquisto nelle taverne, al mercato ed in tutto il centro storico ducati, tarì e tornesi riconiati secondo gli antichi disegni. Al fine, poi, di studiare a fondo le nostre radici è stato preparato un progetto per una pubblicazione di grande pregio editoriale (stampa su carta patinata con numerose fotografie a colori e rilegatura in brossura con sovracopertina a colori) che partendo dall'analisi dei vecchi mestieri porti ad evidenziare come nel corso dei secoli alcune tradizioni si sono conservate nel tempo mentre altre sono comparse. In questo si inserisce la festa medioevale che proponendo, con rigore storico, ricostruzioni di vecchi mestieri potrà favorire nel prossimo futuro la riscoperta di vecchie attività artigianali che potranno rappresentare nel progetto più ampio di sfruttamento turistico del centro storico di Teggiano, una occasione di lavoro per molti giovani.

(fonte: Proloco Teggiano)

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Mirko Cantarella 21/12/2021

La figura della Janara

 La leggenda della Janara affonda le proprie origini proprio in questa Napoli dell’occultismo.

Gli abitanti partenopei ne sentono parlare frequentemente ancora oggi ma chi è estraneo al culto campano difficilmente avrà sentito parlare della Janara. Questa creatura, a cui spesso viene attribuita la responsabilità di incubi e paralisi da sonno, è una figura mistica molto antica e appartenente alla parte più antica e profana della città. Seppure relegata ad un mondo di credenze popolari, plagiato spesso della superstizione, la Janara viene avvistata anche al giorno d’oggi. Sono molte infatti le persone che giurano di averne riconosciuto le fattezze nel buio della notte e tante altre quelle che affermano di non riuscire a dormire serenamente per questo.

Ma chi è e come nasce il culto della Janara a Napoli? Scopriamolo insieme.

La storia vera della Janara

Ogni volta che qualcuno ha una paralisi del sonno o un brutto incubo ne viene scomodato il nome: ma la Janara esiste veramente? Facciamo un po’ di chiarezza. 

Secondo la leggenda lo spirito troverebbe incarnazione nel corpo di una donna realmente esistita, quello di una sacerdotessa deceduta tantissimi anni fa. Il nome della religiosa era Diana, storpiato poi in Janara con l’intento di attribuirgli un’accezione negativa. La donna aveva sempre avuto un carattere un po’ particolare e si narra che la sua vocazione spirituale altro non fosse che un modo per mascherare la natura da strega. La fattucchiera aveva l’abitudine di introdursi nelle case altrui per spiare chi ci abitava e guardare i bambini dormire: la sua profonda inquietudine risiedeva proprio nel desidero, mai avveratosi, di diventare mamma.

Cosa fa la Janara

Secondo la leggenda, Diana entrava nelle abitazioni degli altri anche per sottrarre loro i cavalli. Il giorno dopo i puledri ritornavano con una criniera intrecciata, traccia inconfondibile del passaggio della strega. Oggi invece la visita dello spirito lo si avverte con una pressione improvvisa al ventre, segno che la Janara si è appena seduta sulla persona dormiente. Molto spesso, sempre secondo la credenza, lo spirito lascia in disordine le cose o provoca come una sensazione di soffocamento in chi la guarda.

Per alcune persone la sua esistenza viene relegata ad un mondo di fantasia ma altre giurano con convinzione di averla incontrata più volte.

(fonte: lanapolisotteraanea.it)

 

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Mirko Cantarella 15/02/2022

La Reggia di Caserta

LA REGGIA DI CASERTA

 

Nel 1750 Carlo di Borbone (1716-1788) decise di erigere la Reggia quale centro ideale del nuovo regno di Napoli, ormai autonomo e svincolato dall’egida spagnola. La scelta del luogo dove sarebbe sorta la nuova capitale amministrativa del Regno cadde sulla pianura di Terra di Lavoro, nel sito dominato dal cinquecentesco palazzo degli Acquaviva.

Il progetto per l’imponente costruzione, destinata a rivaleggiare con le altre residenze reali europee, fu affidato, dopo alterne vicende, all’architetto Luigi Vanvitelli (1700-1773), figlio del più importante pittore di vedute, Gaspar Van Wittel, già attivo a Roma sotto Benedetto XIV nel restauro della cupola di S.Pietro.

La costruzione della Reggia ebbe inizio con la posa della prima pietra il 20 gennaio del 1752 e procedette alacremente sino al 1759, anno in cui Carlo di Borbone, morto il Re di Spagna, lasciò il regno di Napoli per raggiungere Madrid. Dopo la partenza di Carlo i lavori di costruzione del Palazzo nuovo, come veniva denominata all'epoca la Reggia, subirono un notevole rallentamento, cosicché alla morte di Luigi Vanvitelli, nel 1773, essi erano ancora lungi dall'essere completati. Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi e successivamente altri architetti, che si erano formati alla scuola del Vanvitelli, portarono a compimento nel secolo successivo questa grandiosa residenza reale.

 

IL PALAZZO REALE

La Reggia di Caserta ha una pianta rettangolare articolata su corpi di fabbrica affacciati su quattro grandi cortili interni e si estende su una superficie di circa 47.000 metri quadrati per un’altezza di 5 piani pari a 36 metri lineari. Un imponente portico (cannocchiale ottico) costituisce l'ideale collegamento con il Parco Reale e la cascata, posta scenograficamente al culmine della fuga prospettica così creata.

Lo Scalone d’onore, invenzione dell’arte scenografica settecentesca, collega il vestibolo inferiore e quello superiore, dal quale si accede agli Appartamenti Reali. Le sale destinate alla famiglia reale vennero realizzate in più riprese e durante un intero secolo, secondo uno stile che rispecchia la cosiddetta “unità d’interni” caratteristica della concezione architettonica e decorativa settecentesca ed in parte secondo il gusto ottocentesco per l’arredo composito e l’oggettistica minuta.

Sul vestibolo superiore, di fronte al vano dello Scalone d’onore si apre la Cappella Palatina, inaugurata alla presenza di Ferdinando IV nel Natale del 1784. Essa è simile planimetricamente alla Cappella della Reggia di Versailles, ma collocata, diversamente da quest’ultima, al piano nobile.

Il primo piano del Palazzo fu destinato ad accogliere gli Appartamenti dei Reali di Casa Borbone: quello della regina occupava l’ala nord-ovest, mentre il Quarto del Re e del Principe ereditario erano dislocati lungo il prospetto meridionale. Oggi il Museo degli Appartamenti Reali si sviluppa solo lungo quest’ultima ala, e il percorso di visita è diviso in Appartamento del Settecento e Appartamento dell’Ottocento.

(fonte: sito ufficiale Reggia di Caserta)

 

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Mirko Cantarella 11/01/2022

La leggenda di Pietro Barliario

A volte la volgarizzazione del nome in Bailardo o Baialardo, ha ingenerato confusioni con Pietro Bailardo o Pietro Abelardo.

Pietro nacque a Salerno da famiglia agiata ma non ricca, e sin dalla gioventù nutrì una gran predilezione per le arti magiche, quasi sicuramente accompagnate allo studio della medicina (erano gli anni in cui la Scuola Medica Salernitana era nel pieno del suo fulgore). Di lui si racconta che, in breve tempo e grazie ad un patto col diavolo. divenne un potente stregone, tanto da far innamorare di sé le donne più belle grazie a degli speciali filtri magici, di poter cambiare l'acqua in vino, e di far spuntare le corna sulla testa di chi gli era antipatico.

Stando alla leggenda, l'opera più celebre di Barliario fu la costruzione, in una sola notte di tempesta e con l'aiuto dei demoni, dell'acquedotto medioevale tuttora esistente a Salerno; tale opera imponente, costruita su un dirupo ed facente per la prima volta uso dell'ogiva, dovette impressionare non poco il popolo salernitano, la cui fantasia ne attribuì la costruzione a una mano "diabolica". Tale superstizione perdurò almeno fino ai primi del Novecento, quando ancora si riteneva che andare sotto gli archi all'imbrunire avrebbe comportato l'incontro con gli spiriti maligni.

Secondo il racconto il Diavolo, amico di Barliario in tante malefatte, si vendicò di lui in maniera atroce. Un giorno in cui il mago era assente, due suoi nipoti (un'altra versione parla di figli), Fortunato e Secondino, rimasti soli nel laboratorio, vi rimasero a giocare per passare il tempo: ma, aperto un libro magico (o, più verosimilmente, toccando delle sostanze sicuramente tossiche) caddero morti, colpiti da sincope.

Quando Pietro tornò a casa e scoprì i due corpicini, ne impazzì letteralmente per il dolore: nel giro di pochi giorni divenne spaventosamente più vecchio. Passava tutto il tempo a piangere e a fissare il vuoto, o il pavimento su cui aveva fatto la tragica scoperta finché, vinto dal dolore, si trascinò nella vicina Chiesa di San Benedetto, dove si gettò ai piedi del crocifisso dipinto che era sull'altare.

Scalzo e vestito di cenci, per tre giorni e tre notti il mago rimase a vegliare e pregare ai piedi della sacra immagine, piangendo e battendosi il petto con una pietra per penitenza, e chiedendo il perdono dei peccati. E, all'alba del terzo giorno, avvenne il miracolo: il volto del crocifisso alzò la testa ed aprì gli occhi, in segno di perdono. Da quel momento in poi, Pietro cambiò completamente la propria vita, diventando monaco ed entrando stabilmente in quello stesso Monastero di San Benedetto, ove visse il resto della sua lunghissima vita.

Questa leggenda, tramandata dapprima oralmente (solo nel XIX secolo ne vennero scritte poesie e drammi) divenne ben presto popolarissima. Il Miracolo di Barliario attirò in città moltissimi pellegrini, desiderosi di ammirare o pregare davanti all'immagine miracolosa di Cristo. L'afflusso di gente fu tale che, oltre ai fedeli stessi, confluirono in città anche molti artigiani e mercanti di vario genere: da qui nacque la Fiera del Crocifisso, che si svolge ancor oggi i quattro venerdì di Quaresima.

Una leggenda di ben diverso tenore vuole che sotto gli archi si siano incontrati i quattro mitici fondatori della Scuola Medica Salernitana, ma la leggenda sulla mano demoniaca di Barliario ebbe tanto effetto, che ancora oggi l'acquedotto è chiamato Ponti del Diavolo.

Dopo l'episodio miracoloso del Crocifisso, Pietro Barliario visse molti anni ancora nel Monastero di San Benedetto, morendo in età assai avanzata: la tradizione popolare vuole che sia morto a novantatré anni d'età nel marzo 1148, il venerdì santo. Venne sepolto insieme alla moglie nella stessa chiesa dov'era avvenuto il miracolo, ai piedi del Crocifisso miracoloso. Quest'ultimo, dopo aver subito gravi danni a causa di un incendio nel XVIII sec., è conservato nel locale Museo Diocesano. Purtroppo, le varie vicissitudini che la Chiesa di San Benedetto ha dovuto subire durante i secoli non hanno risparmiato nemmeno Pietro Barliario: attualmente (2021) non v'è più traccia della sua sepoltura, né di quella della moglie.

 

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