La Tabula Peutingeriana

Un unicum antico dell'antica carta stradale di Roma

Mirko Cantarella 17/07/2022 0

La Tabula Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostra le vie stradali dell'Impero romano, dalle isole britanniche alla regione mediterranea e dal Medio Oriente alle Indie e all'Asia Centrale; la sua sezione più occidentale è oggi perduta. Un Sera maior, talvolta interpretato come Impero cinese, appare all'estremo Oriente, senza tuttavia che siano segnati i corrispondenti territori.

La Tabula è probabilmente una copia di un modello di età carolingia, a sua volta risalente all'originale di una carta stradale romana. È costruita come una rappresentazione schematica e le condizioni geografiche - a eccezione di pochi dettagli - sono fortemente distorte. Tuttavia, forniva ai viaggiatori tutte le informazioni rilevanti sulla posizione delle città più importanti e dei luoghi di sosta (mansio) della rete stradale dell'impero romano, così come la serie delle tappe giornaliere sulle principali rotte di viaggio. I territori vengono rappresentati da fasce orizzontali, separate dal mar Mediterraneo e dall'Adriatico. Le città sono indicate con icone di edifici; più è grande il simbolo, più è importante la città. Le tappe giornaliere vengono raffigurate attraverso la segmentazione di linee rosse. Le indicazioni degli antichi toponimi e le distanze in miglia romane costituiscono il fondamento per la ricerca scientifica sulle strade romane. La carta è oggi una delle più importanti fonti per la classificazione e l'identificazione degli antichi toponimi.

Porta il nome dell'umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell'imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima. È conservata presso la Hofbibliothek di Vienna (in Austria) e per ciò è detta anche Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l'IGN, a Parigi ed un'altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell'Arena di Pola in Istria. La sua datazione e la sua provenienza sono incerte. Nel 2007 è stata inserita dall'UNESCO nel Registro della Memoria del mondo.

 

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Mirko Cantarella 28/10/2021

Campania antica: la Bella Mbriana e 'O Munaciello

Il munaciello è un essere di bassa statura, deforme in viso, vestito interamente di bianco con un cappello nero (secondo altre fonti il copricapo sarebbe rosso); nessuno può affermare con certezza che esso sia effettivamente esistito, sebbene la leggenda popolare più diffusa tenda ad associarlo ad un bambino nano, figlio di una donna di buona famiglia (tale Caterinella Frezza) che si era perdutamente innamorata di un ragazzo di nome Stefano Mariconda. Il loro era un amore da favola, ma ben presto le pagine dell'idillio amoroso finirono per tramutarsi in tragedia, per l’uccisione di lui ad opera della famiglia della stessa Caterinella, che si diede all’isolamento e crebbe da sola il piccolo, aiutata dalle consorelle. Il piccolo di casa morì poco dopo, ma si narra che il suo spirito birichino abbia continuato a vagare per alcune zone della città prendendosi gioco delle persone.

Il munaciello è, ad ogni modo, un dispensatore di stati d’animo controversi, a seconda di quello che è il suo umore in giornata: la leggenda ci parla di un monello in grado di esprimere simpatia e suggerire numeri da giocare al lotto e di lasciare monetine per la casa, ma anche di un infante dispettoso pronto a combinare guai di vario genere come rottura di piatti, fischi notturni e aperture improvvise di porte e ante.

La sua presenza non è però estesa su tutto il territorio napoletano: molti raccontano di averlo visto soltanto presso le dimore nelle zone della Vicarìa, lungo la via dei Tribunali nei vicoli di Forìa ed anche nei pressi di Piazza Mercato nel Porto.

La bella Mbriana

Come eterna antagonista del Munaciello, vi è da sempre la bella Mbriana, della quale non si conosce con esattezza l'aspetto esteriore a causa delle esigue apparizioni limitate alle ore più luminose della giornata.

Chi dice di averla vista, ha sempre parlato di una sorta di fantasma che, per sfuggire agli occhi indiscreti del "fortunato di turno", si trasforma prontamente in geco, animale considerato portafortuna. La leggenda narra di una bellissima principessa  che, privata del suo amore, iniziò a vagare per la città senza destinazione alcuna. Il re chiese così al popolo di aprire le porte delle loro dimore per accoglierla ed ecco perché è considerata lo spirito protettore delle case.

(fonte: Annamaria Minichino – Blasting News)

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Mirko Cantarella 21/12/2021

La figura della Janara

 La leggenda della Janara affonda le proprie origini proprio in questa Napoli dell’occultismo.

Gli abitanti partenopei ne sentono parlare frequentemente ancora oggi ma chi è estraneo al culto campano difficilmente avrà sentito parlare della Janara. Questa creatura, a cui spesso viene attribuita la responsabilità di incubi e paralisi da sonno, è una figura mistica molto antica e appartenente alla parte più antica e profana della città. Seppure relegata ad un mondo di credenze popolari, plagiato spesso della superstizione, la Janara viene avvistata anche al giorno d’oggi. Sono molte infatti le persone che giurano di averne riconosciuto le fattezze nel buio della notte e tante altre quelle che affermano di non riuscire a dormire serenamente per questo.

Ma chi è e come nasce il culto della Janara a Napoli? Scopriamolo insieme.

La storia vera della Janara

Ogni volta che qualcuno ha una paralisi del sonno o un brutto incubo ne viene scomodato il nome: ma la Janara esiste veramente? Facciamo un po’ di chiarezza. 

Secondo la leggenda lo spirito troverebbe incarnazione nel corpo di una donna realmente esistita, quello di una sacerdotessa deceduta tantissimi anni fa. Il nome della religiosa era Diana, storpiato poi in Janara con l’intento di attribuirgli un’accezione negativa. La donna aveva sempre avuto un carattere un po’ particolare e si narra che la sua vocazione spirituale altro non fosse che un modo per mascherare la natura da strega. La fattucchiera aveva l’abitudine di introdursi nelle case altrui per spiare chi ci abitava e guardare i bambini dormire: la sua profonda inquietudine risiedeva proprio nel desidero, mai avveratosi, di diventare mamma.

Cosa fa la Janara

Secondo la leggenda, Diana entrava nelle abitazioni degli altri anche per sottrarre loro i cavalli. Il giorno dopo i puledri ritornavano con una criniera intrecciata, traccia inconfondibile del passaggio della strega. Oggi invece la visita dello spirito lo si avverte con una pressione improvvisa al ventre, segno che la Janara si è appena seduta sulla persona dormiente. Molto spesso, sempre secondo la credenza, lo spirito lascia in disordine le cose o provoca come una sensazione di soffocamento in chi la guarda.

Per alcune persone la sua esistenza viene relegata ad un mondo di fantasia ma altre giurano con convinzione di averla incontrata più volte.

(fonte: lanapolisotteraanea.it)

 

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Mirko Cantarella 17/01/2022

Maschio Angioino: il simbolo della storia di Napoli

Castel Nuovo, chiamato anche Maschio Angioino o Mastio Angioino, è uno storico castello medievale e rinascimentale, nonché uno dei simboli della città di Napoli.

Il castello domina la scenografica piazza Municipio ed è sede della Società napoletana di Storia Patria e del Comitato di Napoli dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano ospitato nei locali della SNSP. Nel complesso è situato anche il Museo Civico, cui appartengono la Cappella Palatina e i percorsi museali del primo e secondo piano. La Fondazione Valenzi vi ha la sua sede di rappresentanza, inaugurata il 15 novembre 2009 dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed altre autorità, nell'ambito della celebrazione dei cento anni dalla nascita di Maurizio Valenzi.

La costruzione del suo nucleo antico - oggi in parte riemerso in seguito ad interventi di restauro ed esplorazione archeologica - si deve all'iniziativa di Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea. La residenza reale di Napoli era stata fino ad allora Castel Capuano, ma l'antica fortezza normanna venne giudicata inadeguata alla funzione e il re volle edificare un nuovo castello in prossimità del mare. Assegnato il progetto all'architetto francese Pierre de Chaule, i lavori per la costruzione del Castrum Novum presero il via nel 1279 per terminare appena tre anni dopo, un tempo brevissimo viste le tecniche di costruzione dell'epoca e la mole complessiva dell'opera.

Con l'ascesa al trono di Roberto il Saggio, nel 1309, il castello, da lui ristrutturato e ampliato, divenne un notevole centro di cultura, grazie al suo mecenatismo e alla sua passione per le arti e le lettere: Castel Nuovo ospitò importanti personalità della cultura del tempo, come i letterati Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio nelle loro permanenze napoletane, mentre i più famosi pittori dell'epoca vennero chiamati ad affrescarne le pareti: Pietro Cavallini. Montano d'Arezzo, e soprattutto Giotto, che nel 1332, venne qui chiamato per la Cappella Palatina.

Alfonso D’Aragona, che aveva conquistato il trono di Napoli nel 1443, volle stabilire nel castello la funzione di centro del potere regale e una corte di magnificenza tale da competere con quella fiorentina di Lorenzo il Magnifico. La fortezza venne completamente ricostruita nelle forme attuali. Re Alfonso affidò la ristrutturazione della vecchia reggia-fortezza angioina ad un architetto aragonese Guillem Sagrera, catalano originario di Maiorca, che la concepì in termini gotico -catalani.

Le cinque torri rotonde, quattro delle quali inglobavano le precedenti torri angioine a pianta quadrata, più adatte a sostenere i colpi delle bocche da fuoco dell'epoca, ribadivano il ruolo difensivo del castello. L'importanza dell'edificio come centro del potere regale venne invece sottolineata dall'inserimento in corrispondenza del suo ingresso dell' arco trionfale, capolavoro del Rinascimento napoletano ed opera di Francesco Laurana oltre a molti artisti di varia provenienza. I lavori si svolsero a partire dal 1453 e si conclusero solo nel 1479, dopo la morte del re.

Nella "sala dei Baroni" si svolse nel 1487 l'epilogo della famosa congiura dei Baroni ordita contro re Ferdinando I, figlio di Alfonso, da numerosi nobili, capeggiati da Antonello II di San Severino, principe di Salerno, e da Francesco Coppola, conte di Sarno.

Con la caduta di Ferdinando II prima (1496) e di Federico I in seguito (1503), il regno di Napoli venne annesso alla corona di Spagna da Ferdinando il Cattolico, che lo costituì in vicereame. Castel Nuovo perse la funzione di residenza reale, diventando un semplice presidio militare a motivo della sua posizione strategicamente importante, durante il lungo periodo del vicereame il castello subì vari danni perdendo gran parte degli ornamenti esterni in gotico fiammeggiante e in stile rinascimentale.

Il castello venne nuovamente sistemato da Carlo di Borbone, futuro Carlo III di Spagna, salito al trono di Napoli nel 1734, il quale sostituì la caotica facciata del lato est (ormai le superfetazioni di età vicereale avevano totalmente stravolto l'aspetto del castello) con un casermone di cinque piani, coperto da un tetto a spiovente, forse mansardati, come nello stile degli edifici borbonici allora in voga. Il castello perdette tuttavia il suo ruolo di residenza reale, in favore delle nuove regge che si andarono edificando nella stessa Napoli e nei suoi dintorni (il Palazzo reale di piazza del Plebiscito, la Reggia di Capodimonte, la Villa reale di Portici e la Reggia di Caserta) e divenne essenzialmente un simbolo della storia e della grandezza di Napoli.

Il nuovo secolo ereditò un castello in forte stato di degrado, le facciate esterne erano state completamente inglobate tra i residui delle casematte vicereali, fabbricati ed altri edifici sorti tra la fine del XVII secolo e la fine del XVIII secolo. Le merlature erano pressoché sparite e le finestre del XIV e XV secolo erano state rimaneggiate fino a perdere qualsiasi caratteristica medievale e rinascimentale. Ciò che caratterizzava il castello erano dunque degrado e abbandono. Agli inizi del Novecento si decise quindi di recuperare il castello, liberarlo dagli abusivismi e dai capannoni e farlo tornare, almeno per quanto riguarda le facciate esterne al XV secolo, la documentazione iconografica di riferimento furono la Tavola Strozzi, le miniature del Ferraiolo (fine XV secolo) e le raffigurazioni del golfo di Napoli agli inizi del XVI secolo. Agli inizi del Novecento vennero abbattuti tutti gli edifici sorti ammassati sul castello, recuperando un ampio spazio e facendo tornare a vista le antiche mura medievali. Fu abbattuto l'ala-caserma voluta sotto i Borbone e riemersero anche qui le mura quattrocentesche. Ottenuto finalmente dallo Stato l'intero castello a scopi civili, i lavori cominciarono nel 1923 e interessarono anche le fabbriche e i capannoni costruiti a ridosso della piazza in luogo dei demoliti bastioni: già l'anno successivo tutti i vari edifici furono eliminati e fu creata la spianata dove furono realizzati dei giardini sul lato dell'odierna via Vittorio Emanuele III. Negli anni Venti fu realizzata l'ampia fascia di aiuole che costeggiò il Maschio Angioino fino alla fine del XX secolo.

 

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